Vago d'udir novelle, oltra mi misi
Tanto, ch'io fui nell'esser di quegli uno,
Ch'anzi tempo ha di vita Amor divisi.
Allor mi strinsi a rimirar s'alcuno
Riconoscessi nella folta schiera
Del re sempre di lagrime digiuno.
Nessun vi riconobbi; e, s'alcun v'era
Dimia notizia, avea cangiato vista
Per morte, o per prigion crudele e fera.
Un'ombra, alquanto men che l'altre trista,
Mi si fe' incontro, e mi chiamo per nome,
Dicendo: questo per amar s'acquista.
Ond'io maravigliando dissi: or come
Conosci me, ch'io te non riconosca?
Ed ei: questo m'avvien per l'aspre some
De'legami ch'io porto, e l'aria fosca
Contende agli occhi tuoi; ma vero amico
Ti sono, e teco nacqui in terra tosca.
Le sue parole e'l ragionar antico
Scoperson quel che'l viso mi celava,
E così n'ascendemmo in luogo aprico.
E cominciò: gran tempo è ch'io pensava
Vederti qui fra noi, che da' prim'anni
Tal presagio di te tua vista dava.
|
E' fu ben ver; ma gli amorosi affanni
Mi spaventar sì, ch'io lasciai l'impresa;
Ma squarciati ne porto il petto e i panni.
Così diss'io, ed ei, quand'ebbe intesa
La mia risposta, sorridendo disse:
O figliuol mio, qual per te fiamma è accesa!
Io non l'intesi allor, ma or sì fisse
Sue parole mi trovo nella testa,
Che mai piu saldo in marmo non si scrisse.
E per la nova età, ch'ardita e presta
Fa la mente e la lingua, il dimandai:
Dimmi per cortesia, che gente è questa?
Di qui a poco tempo tu'l saprai
Per te stesso, rispose, e sarai d'elli;
Tal per te nodo fassi, e tu nol sai.
E prima cangerai volto e capelli,
Che'l nodo, di ch'io parlo, si discioglia
Dal collo, e da' tuo' piedi ancor ribelli.
Ma, per empir la tua giovenil voglia,
Dirò di noi, e prima del maggiore
Che così vita e libertà ne spoglia.
Quest'è colui che'l mondo chiama Amore,
Amaro, come vedi, e vedrai meglio
Quando fia tuo, come nostro signore.
|
Mansueto fanciullo, e fiero veglio;
Ben sa chi'l prova, e fiati cosa piana
Anzi mill'anni, e infin ad or ti sveglio.
Ei nacque d'ozio e di lascivia umana,
Nudrito di pensier dolci e soavi,
Fatto signor e Dio da gente vana.
Qual è morto da lui, qual con piu gravi
Leggi mena sua vita aspra ed acerba,
Sotto mille catene e mille chiavi.
Quel che'n sì signorile e sì superba
Vista vien prima, e Cesar, che'n Egitto
Cleopatra legò tra' fiori e l'erba.
Or di lui si trionfa, ed è ben dritto,
Se vinse il mondo, ed altri ha vinto lui,
Che del suo vincitor si glorie il vitto.
Che debb'io dir? in un passo men varco;
Tutti son qui prigion gli Dei di Varro,
E, di lacciuoli innumerabil carco,
Vien catenato Giove innanzi al carro.
|